Da dove veniamo.

Non so cosa ci stia succedendo. Sembra che abbiamo dimenticato la nostra storia, perso i nostri valori. E un popolo che non si ricorda da dove viene e su quali basi ha fondato la propria cultura, non ha futuro.

Lo so, siamo nell’epoca dei tweet, della comunicazione veloce, degli slogan, dei politici che parlano alla pancia, dimenticando l’importanza del cuore. Per questo l’altra sera alcune persone mi avevano messo in guardia. Mi avevano detto che se dal palco avessi parlato della nave Diciotti, dei migranti, sarei stato fischiato. Ma io ho ritenuto necessario farlo ugualmente.

Se partecipate a questo evento, se conoscete magari da dodici anni l’Etruria Eco Festival, o anche se è la vostra prima volta, è necessario che sappiate quali sono i principi che lo muovono, le idee in cui credono queste decine di ragazze e ragazzi che tutti gli anni, senza guadagnare un euro, lavorano perché voi possiate assistere gratuitamente a concerti che in altre città richiedono un biglietto.

È uno dei valori fondanti: consentire a tutti, soprattutto a chi non potrebbe permetterselo, di partecipare. Avere qui, tutti, insieme: operai, giovani, professionisti, anziani, disoccupati, italiani e non, appassionati dei musicisti che si esibiscono o anche semplicemente curiosi che non li avrebbero mai ascoltati dal vivo. Questa è una comunità. Democratica, solidale, uguale nei diritti ancor prima che nei doveri.

Noi veniamo da qui.

Poi ci sono i contenuti. Tenere alta l’attenzione sulle battaglie a difesa del territorio, perché quando la macchina mediatica perde interesse, di quel problema ambientale non si parla più. Oggi, i più giovani, probabilmente neanche sapranno della riconversione a carbone della centrale di Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia, la scintilla che fece nascere l’Etruria Eco Festival. Degli scioperi della fame, dei referendum vinti e non rispettati, delle occupazioni, dei tanti convegni. Ed è nostro dovere raccontarlo. Questa come tante altre lotte, tutte vinte per fortuna: la chiusura della discarica di Cupinoro, la campagna contro la centrale a biogas a Pian della Carlotta, quella contro il tentativo di realizzare un inceneritore in un’area incontaminata a Pizzo del Prete; battaglia che purtroppo stiamo ancora combattendo. E vi chiedo di fare un applauso ai comitati che al nostro fianco e al fianco del Comune di Fiumicino continuano a lottare. Questa sera siamo qui anche per loro.

Poi però abbiamo capito che il rispetto per il nostro pianeta, passava prima di tutto per il rispetto per l’uomo, per il sostegno dato ai più deboli, per la mutua assistenza, per la solidarietà. Qui si sono affrontati e si affrontano ancora temi importanti; starci a sentire era ed è il solo biglietto che chiediamo alla gente. Abbiamo parlato di migranti, di decrescita felice, di economia sostenibile, di pace e delle politiche per costruirla, della piaga del caporalato, di sfruttamento, delle traumatiche condizioni carcerarie, di diritti alle coppie omosessuali. Tutti temi scomodi, che non portano consenso immediato, che non si rivolgono alla pancia. Anzi tutt’altro a volte infastidiscono proprio la pancia di quella società benpensante che tanto bene raccontava Claudio Lolli, grandissimo cantautore scomparso pochissimi giorni fa, che sarebbe stato perfetto per l’Etruria Eco Festival e per il quale vi chiedo di fare un grandissimo applauso.

Cerveteri in questi anni ha voluto fare la sua piccola parte, dando per esempio la cittadinanza onoraria a quei bambini stranieri che risiedono nella nostra città, nell’attesa dello ius soli, una legge giusta. O mettendo le bandiere della pace sopra ogni edificio pubblico, come segno tangibile in attesa che si faccia rispettare l’articolo 11 della Costituzione, quello che ci ricorda che l’Italia ripudia la guerra.

Ci hanno criticato, affermando che un’Amministrazione dovesse occuparsi solo di buche e di lampioni. Ma non è così. L’ha detto l’altra sera Gaetano Curreri, il cantane degli Stadio: ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa. E le istituzioni devono fare ancora di più.

Eppure qualcosa è cambiato. Cinque anni fa Cerveteri accoglieva 8 ragazzi stranieri che sarebbero stati alcuni mesi qui da noi. Al loro arrivo mi avevano consigliato di tenerli nascosti, di non farli vedere. Io, conoscendo la mia città, conoscendo Cerveteri e il suo spirito di solidarietà, invece li ho fatti salire su questo palco. E sono stati applauditi, fra gli sguardi commossi di chi ha letto nei loro occhi la voglia di tornare alla propria terra, la catastrofe di un viaggio su un gommone della speranza, i racconti sugli amici rimasti in mare senza vita. A seguito delle nuove politiche adottate quest’anno soltanto nei primi sei mesi nel Mediterraneo ci sono state oltre 1.500 vittime. Quella sera, applaudendo quei ragazzi, Cerveteri si è ricordata delle proprie origini. Di quando, potente città dell’Etruria governava il Mediterraneo con tre porti, mai chiusi allo straniero. Cerveteri l’unica città ad avere all’interno del porto di Pyrgi una zona franca che ospitava permanentemente greci e fenici, dove vigeva la libertà di culto. Cerveteri orgogliosa del suo Cratere di Eufronio, oggi finalmente tornato nel nostro museo, me che pochi sanno essere un vaso Greco. Il simbolo della nostra città è un vaso straniero. Cerveteri che cinquant’anni fa grazie alla Riforma Agraria e alla distribuzione delle terre ha visto arrivare tutti: ciociari, marchigiani, umbri, emiliani e romagnoli, abruzzesi, campani. Tutti. E insieme siamo rinati. Risorti dalla commistione di quelle genti diverse.

Ecco, quella sera di cinque anni fa, su questo palco, ci siamo ricordati da dove venivamo.

L’altra sera, no. Almeno non tutti. Molti hanno fischiato. E forse accadrà anche stasera. Ma non avevo scelta: non potevo non ricordare il vero significato di questo festival. Oggi sono qui, di nuovo pronto a prendermi i fischi, se necessario, ma convinto di poter rappresentare quell’Italia che crede ancora in un mondo solidale.

L’altra sera, appena sceso dal palco, ero distrutto. Non capivo dove avessimo fallito. Come è stato possibile che in soli cinque anni il pubblico dell’Etruria Eco Festival, il nostro pubblico, fosse passato dagli applausi ai ragazzi migranti ai fischi contro chi ha semplicemente chiesto di non speculare sulla vita di 150 donne e uomini sequestrati su una nostra nave in uno dei porti italiani?

Poi però è successo un piccolo miracolo. Gaetano Curreri, il cantante degli Stadio, ha preso la parola e ha ribadito gli stessi concetti. Ha parlato di equilibrio e di accoglienza, ricordando che gli italiani sono da sempre un popolo di migranti. Ecco, quando lo ha detto lui, nessuno ha fischiato. E nessuno ha fischiato Paola Turci che il giorno successivo ha detto le stesse identiche cose*.

Allora mi sono rincuorato. E mi sono chiesto il perché fosse successo. E mi sono venute alla mente le parole di Ezra Pound, poeta tanto caro ad alcuni ambienti politici che oggi seminano l’intolleranza. Ezra Pound diceva che se un uomo non ha il coraggio di difendere le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o è lui che non vale nulla.

È per queste parole che l’altra sera ho voluto espormi ai fischi. Per difendere le mie idee. E forse, proprio per le stesse parole, coloro che avevano fischiato il sindaco, non hanno avuto il coraggio di farlo con il grande artista. Chissà se fossero le idee o le persone a valere poco.

Questo è quello in cui crediamo. Questo è il posto da cui veniamo.

Buon Etruria Eco Festival a tutti.

Ora, se lo riterrete necessario, potete anche fischiare.

 

Alessio Pascucci

* quando ho fatto questo intervento, Luca Barbarossa non si era ancora esibito. Con parole meravigliose, prima di iniziare il concerto, anche Barbarossa ha sottolineato le stesse tematiche.